Il caffè mattutino nella sede di via Cerrito, dove il trambusto dei dossier e la tensione inerente alle indagini penali non si fermano mai, oggi ha un sapore diverso. Non è più solo il codice di procedura penale, il carico di lavoro o la mancanza di risorse a monopolizzare le conversazioni di corridoio. La notizia si sparge a macchia d'olio tra le scrivanie: dopo anni di promesse svanite nell'aria delle commissioni parlamentari, la stragrande maggioranza dei pubblici ministeri ha deciso che è ora di cambiare ruolo per le cause legali.
Claudia González, presidente dell'Associazione dei magistrati fiscali dell'Uruguay, lo ha confermato con la fermezza di chi sa che non c'è altra via d'uscita. “Abbiamo già le firme”, ha scivolato, ponendo fine a un ciclo di trattative che si è protratto più a lungo di quanto il sindacato fosse disposto a tollerare. Ci sono quasi 300 pubblici ministeri – quasi l’intero corpo – che andranno contro lo Stato. La pretesa non è di poco conto: chiedono ai giudici una perequazione salariale che, sostengono, la stessa legge organica garantisce loro ma che la realtà amministrativa sistematicamente nega loro.
Un labirinto di numeri e specchi rotti
Il conflitto, che sembra un romanzo infinito di incarichi ministeriali, ha una radice chiara: la legge organica della Procura stabilisce che lo stipendio di un pubblico ministero deve essere uguale a quello della sua “posizione speculare” nella Magistratura. Tuttavia, nel mondo reale, i conti non tornano. Il divario è del 4,8%, una cifra che, anche se sulla carta può sembrare piccola, accumulata negli anni e moltiplicata per centinaia di funzionari, diventa un buco nero da milioni di dollari.
La storia della disputa è un labirinto di specchi. Nel 2022, mentre i giudici ottenevano una correzione salariale dopo un lungo contenzioso, i pubblici ministeri osservavano dal lato opposto. Il governo ha cercato di ricucire la ferita con leggi che, una dopo l’altra, si sono rivelate insufficienti o inapplicabili. L'ultima proposta, che richiedeva la firma dell'80% dei pm per essere attivata, è rimasta nel limbo, destinata al fallimento per la sfiducia in una soluzione che secondo i pm non arriverà mai.
Il costo della giustizia
“Stimiamo circa 6 milioni di dollari”, dice González. La cifra non è capricciosa. È il calcolo di quanto dovrà sborsare lo Stato uruguaiano se la Giustizia gli darà ragione. Ma al di là dei dollari, il processo prevede una battaglia simbolica. I pubblici ministeri si sentono relegati nella struttura dello Stato, svolgendo un compito di altissima responsabilità – il perseguimento penale dei crimini – con un riconoscimento salariale non coerente con i loro omologhi nella magistratura.
La politica, intanto, continua a guardare. Alcuni legislatori suggeriscono che il bilancio non andrà molto oltre; altri, tranquillamente, ammettono che la richiesta è giusta ma che lo Stato non può permettersi di perdere un processo di questa portata. Il problema è che, mentre nel Palazzo Legislativo si discute di questioni di denaro, la Procura sanguina internamente. A questa disputa sullo stipendio generale si aggiunge la vecchia ferita dei distaccati e degli aggiunti, dove pubblici ministeri con la stessa responsabilità percepiscono stipendi diversi, una distorsione che l'amministrazione riconosce ma non riesce mai a correggere.
Un punto di non ritorno?
L'ex presidente del sindacato, Willian Rosa, diceva che la giustizia ha un limite elevato per tutti, ma a volte, paradossalmente, l'amministrazione stessa sembra dimenticare di applicare tale limite al proprio interno. La decisione di andare a processo è un chiaro segnale che la diplomazia sindacale è esaurita.
Adesso la palla passa ai magistrati. Lo Stato dovrà difendere una posizione che, secondo i pm, è giuridicamente insostenibile. Per il cittadino medio, la notizia suona come un altro conflitto salariale tra funzionari pubblici. Per il sistema giudiziario si tratta di una crisi che arriva nel momento peggiore possibile. Quando la Procura è sul banco degli imputati contro il proprio datore di lavoro è perché definitivamente qualcosa si è rotto nei meccanismi dello Stato.
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